Lo studio Ohsaki
Lo studio Ohsaki
Gli studi sul tè verde sono principalmente stati eseguiti nei paesi orientali ove l’uso è diffusissimo.
Questo studio si prefigge di valutare l’associazione tra il consumo di tè verde e le cause di mortalità sia generali che specifiche per malattie cardiovascolari e cancro in Giappone.
Eseguito su una vasta popolazione di soggetti rappresenta una sorta di “piccolo Frahmingam” (famosissimo studio di popolazione per le malattie cardiovascolari condotto negli USA) nel suo disegno.
Esso è iniziato nel 1994 come studio di coorte prospettico condotto su 40.530 adulti giapponesi di età compresa tra i 40 ed i 79 anni che non fossero stati colpiti da ictus, malattia coronarica o cancro al momento del loro ingresso nello studio; il follow up fu di 11 anni (1995-2005) per tutte le cause di decesso e di 7 anni (1995-2001) per i decessi avvenuti per cause cardiache e cancro. .
Dopo 11 anni di follow-up furono deceduti ( follow-up 86,1%) 4209 soggetti; dopo 7 anni (follow-up 89,6%) 892 soggetti furono deceduti per patologia cardiovascolare e 1134 per cancro.
Il consumo di tè verde è stato inversamente associato con la mortalità totale e con quella dovuta a fattori cardiovascolari.
Le conclusioni sono le seguenti: la mortalità, valutata come rapporto di rischio (multivariate hazard ratio) in relazione ad una assunzione giornaliera di tè verde, veniva osservata in diminuzione per i decessi di origine cardiovascolare e relativi a tutte le cause mentre, non è stata osservata un’influenza sui decessi avvenuti per cancro.
Nello specifico il sesso femminile sembra giovarne più positivamente raggiungendo livelli di significatività simile del rapporto di rischio con una minore assunzione di tazze (3-4 contro 5 o più) nei confronti di tutte le cause di morte.
Il trend risultava ancora più positivo quando correlato ai decessi di origine cardiovascolare, ictus in primis, soprattutto per il sesso femminile ma, anche per quello maschile se confrontato con i precedenti.
Nella donna il decremento massimo del fattore di rischio si otteneva con già l’assunzione di 3-4 tazze al dì (HR 0,69 – 95% CI, 0.52-0.93) contro le 5 o più (HR 0,69 – 95% CI, 0,53-0,90)
Riferimento Bibliografico : S Kuriyama JAMA. 2006;296:1255-1265